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7 maggio 2016 6 07 /05 /maggio /2016 16:13
Tempo di Pasqua (seconda parte)

I testi ecologici (collette, prefazi,ecc) e il lezionario mettono in risalto alcune caratteristiche proprie di questo tempo: tempo di Cristo, dello Spirito, ecclesiale ed escatologico.

In esso è evidente la centralità del mistero del Cristo crocifisso e risorto per il fatto stesso che «Cristo nostra pasqua è stato immolato» (1 Cor 5,7). Egli sostituisce, ormai, l’agnello dell’antico testamento: «È lui il vero agnello che ha tolto i peccati del mondo, è lui che morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita» (Prefazio I). Anche la restaurazione attraverso il mistero pasquale è un elemento cristologico che troviamo nei formulari: «In lui, vincitore del peccato e della morte, l’universo risorge e si rinnova, e l’uomo ritorna alle sorgenti della vita» (Prefazio IV). La vita dell’uomo e del mondo compie in Cristo, risorto dalla morte, un salto qualitativo.

Altra caratteristica del tempo pasquale, in particolare nella Liturgia delle Ore, è la connotazione pneumatologica, l’azione dello Spirito. In particolare l’eucologia della messa e i testi dell’ufficio, nella VII settimana che precede la Pentecoste, hanno un chiaro riferimento allo Spirito Santo: «Venga su di noi, o Padre, la potenza dello Spirito Santo» (Lunedì); «Padre onnipotente e misericordioso, fa che lo Spirito Santo venga ad abitare in noi…» (martedì).

Il tempo pasquale si caratterizza inoltre per la sua dimensione ecclesiale. L’immagine della chiesa emerge in relazione allo Spirito nei vari testi: Lo spirito che raduna la chiesa «Fa che la chiesa riunita dallo Spirito Santo…», (colletta mercoledì VII settimana); lo Spirito che rende in unità la comunità dei salvati «fa che i popoli dispersi si raccolgono insieme e le diverse lingue si uniscano», (colletta della messa nella vigilia di Pentecoste); lo Spirito che introduce al mistero della vita in Cristo: « Agli albori della Chiesa nascente hai rivelato a tutti i popoli il mistero nascosto nei secoli» (prefazio Pentecoste).

In alcune orazioni, inoltre, viene messa in risalto un’altra peculiarità: il suo rapporto con la Parusia. Più volte si afferma che la morte e resurrezione di Cristo ci hanno aperto le porte del paradiso e la partecipazione ai sacramenti pasquali orienta la comunità verso la pasqua eterna: «fa che l’esultanza di questi giorni raggiunga la sua pienezza nella Pasqua del cielo» (mercoledì dell’Ottava) «perché possiamo entrare nell’eredità che ci hai promesso» (mercoledì II settimana), «perché a tutti i credenti in Cristo sia data la vera libertà e l’eredità eterna» (sabato II settimana).

Il tempo pasquale è un tempo privilegiato per la mistagogia: «la comunità insieme con i neofiti prosegue il suo cammino nella meditazione del Vangelo, nella partecipazione all'Eucaristia e nell'esercizio della carità, cogliendo sempre meglio la profondità del mistero pasquale e traducendolo sempre più nella pratica della vita» (RICA n 37).

In questo tempo pasquale possiamo intravedere una corrispondenza tra la Pasqua di Cristo e la nostra pasqua. Fonte e roccia della nostra fede è il mistero del Signore Crocifisso Risorto, a noi partecipato attraverso i sacramenti dell’Iniziazione cristiana.

4 aprile 2016 1 04 /04 /aprile /2016 15:16
Tempo di Pasqua (prima parte)

Culmine e fonte dell’Anno liturgico è il «Triduo Pasquale del Signore Crocifisso e Risorto». Da esso, come afferma l’annuncio del giorno di Pasqua, scaturiscono tutti gli altri giorni santi e anche il tempo pasquale.

Il tempo di Pasqua era chiamato alle origini «Laetissimus spatium», il tempo più felice e bello. L’Epistola Apostolorum (149-170), testo apocrifo, è il primo documento che parla di questo periodo come un tempo in cui si va verso la parusia. Da altri autori viene descritto, come un periodo solenne, una festa continua. Si celebrava ogni giorno l’eucarestia, non ci si metteva in ginocchio, si cantava l’alleluia e non si digiunava. Il periodo pasquale che comprende cinquanta giorni all’inizio era chiamata Pentecoste, anche se scritti della fine del IV secolo e inizio V secolo ormai indicano solamente il giorno di Pentecoste.

Prima della riforma questo periodo andava dalla messa della veglia pasquale fino all’ora nona inclusa della domenica nell’ottava di Pentecoste e comprendeva tre tempi: tempo di Pasqua, di ascensione e l’ottava di Pentecoste.

Nell’attuale calendario il tempo di pasquale ha la durata di cinquanta giorni dalla domenica di pasqua fino a Pentecoste «I cinquanta giorni che succedono dalla domenica di Risurrezione alla domenica di Pentecoste si celebrano nell'esultanza e nella gioia come un solo giorno di festa, anzi come «la Grande Domenica» » (NGALC n 22).

Altra novità che troviamo nell’Ordinamento del Calendario è che l’intero periodo dal suo inizio fino al suo compimento è detto pasquale e le domeniche che si susseguono sono denominate domeniche di Pasqua e non come in precedenza domeniche dopo Pasqua.

Anche il significato dei giorni è specificato nella colletta della messa vigiliare di Pentecoste «Dio… che hai racchiuso la celebrazione della Pasqua nel tempo sacro dei cinquanta giorni».

Il tempo pasquale comprende: l’ottava di Pasqua, l’Ascensione che cade il quarantesimo giorno e la Pentecoste.

L’ottava di Pasqua è stata conservata per il suo legame storico con la settimana mistagogica o d’iniziazione per coloro che avevano ricevuto il battesimo durante la veglia di Pasqua.

L’organizzazione delle letture è completamente rinnovato, rispetto al messale precedente. In questi cinquanta giorni si leggono gli atti degli Apostoli, il Vangelo di Giovanni e le lettere, la prima di Pietro e infine l’Apocalisse. Anche l’eucologia è tutta rinnovata e viene dato spazio alla tematica dello Spirito Santo.

21 febbraio 2016 7 21 /02 /febbraio /2016 22:16
di Margareth Dorigatti Lezionario Festivo B

di Margareth Dorigatti Lezionario Festivo B

La Quaresima, nell'attuale ordinamento liturgico, inizia con il mercoledì delle ceneri e si conclude il giovedì santo prima della messa in Coena Domini. (NGALC n. 28) L'imposizione delle ceneri, nell'attuale struttura celebrativa, a differenza della precedente, avviene nella celebrazione della messa o qualora non venisse celebrata l'eucarestia il rito si inserisce nella liturgia della Parola.

Il testo conciliare di Sacrosanctum Concilium recupera al n 109 un elemento tipicamente quaresimale, quello «battesimale», perdutosi nel tempo, così afferma: «Il duplice carattere della quaresima - il quale soprattutto mediante il ricordo o la preparazione al battesimo e mediante la penitenza, invita i fedeli all'ascolto più frequente della parola di Dio e alla preghiera e li dispone così a celebrare il mistero pasquale- sia posto in evidenza nella liturgia, quanto nella catechesi liturgica».

La quaresima oltre ad essere considerata un tempo che ci prepara alla Pasqua, è un periodo che ci inizia al mistero pasquale, e per tanto può essere considerata una vera e propria iniziazione sacramentale: «La liturgia quaresimale guida alla celebrazione del mistero pasquale, sia i catecumeni, attraverso i diversi gradi dell'iniziazione cristiana, sia i fedeli, per mezzo del ricordo del battesimo e della penitenza». (NGALC n 27) Il prefazio proprio della seconda domenica di questo periodo così si esprime: «Egli, dopo aver dato ai discepoli l'annuncio della morte, sul santo monte manifestò la sua gloria e chiamando a testimoni la legge e i profeti indicò agli apostoli che solo attraverso la passione possiamo giungere al trionfo della resurrezione». La sequela del maestro, fino al dono totale di sé, ci permette di partecipare alla sua gloria. La struttura della lectio domenicale descrive le caratteristiche proprie di questo tempo: nelle prime due domeniche il vangelo proclamato, in tutte e tre i cicli dell’ Anno liturgico, è la Tentazione, nella prima, e la Trasfigurazione nella seconda. Nelle altre tre domeniche ogni anno si segue un ciclo proprio: itinerario sacramentale - battesimale (anno A), cristocentrico - pasquale (anno B), penitenziale (anno C).

La quaresima è considerata un periodo di forte tensione etica e di conversione «La penitenza quaresimale non sia soltanto interna e individuale, ma anche esterna e sociale. E la pratica penitenziale sia incoraggiata e raccomandata» (SC 110).

La tensione al cambiamento di vita e alla conversione è presente nell'eucologia di questo periodo durante il quale il popolo è invitato a realizzare un vero percorso di cambiamento interiore: «attraverso l'itinerario spirituale della Quaresima, giungano completamente rinnovati a celebrare la Pasqua del tuo Figlio» (mercoledì delle ceneri), «Ogni anno tu doni ai tuoi fedeli di prepararsi con gioia, purificati nello spirito, alla celebrazione della Pasqua» (prefazio I), e ancora «Tu hai stabilito per i tuoi fedeli un tempo di rinnovamento spirituale, perché si convertano a te con tutto il cuore» (Prefazio II).

La conversione rimane elemento precipuo di questo periodo e rappresenta la condizione indispensabile per vivere il mistero pasquale di Cristo. La Quaresima sin dal suo esordio viene definita tempo sacramentale della nostra conversione.

8 febbraio 2016 1 08 /02 /febbraio /2016 23:17
Tempo di Quaresima (prima parte)

Le origini della Quaresima non sono molto chiare, dalle poche notizie che si hanno appare come un tempo che precede il digiuno del venerdì e del sabato prima della Pasqua. Le prime notizie di un digiuno si hanno in Egitto alla fine del III e l'inizio del IV secolo. Anche il concilio di Nicea (325) in un suo canone menziona la quadragesima paschae, un tempo di digiuno della durata di quaranta giorni che precede la Pasqua. Il primo a parlare dell'esistenza a Roma di un tempo quaresimale è Girolamo, in una lettera a Marcella (384), in cui si evidenzia che la caratteristica precipua di tale periodo è il digiuno.

La durata della quaresimale varia a secondo i tempi: all'inizio del IV secolo le settimane di digiuno erano tre, alla fine, i giorni di digiuno furono portati a quaranta. A Roma, il periodo quaresimale, era caratterizzato dalle celebrazioni «stazionali», dove la comunità si radunava insieme con il papa, sempre in una chiesa diversa, all'inizio solo il mercoledì e il venerdì col successivamente anche negli altri giorni.

All’origine la quaresima viene considerata come tempo di preparazione dei catecumeni ai sacramenti dell'iniziazione, col passar del tempo acquisterà anche la caratteristica penitenziale per coloro che praticavano la penitenza pubblica e che la notte di pasqua venivano riammessi alla comunione ecclesiale. Ambrogio afferma che nella veglia della notte di Pasqua due acque differenti sono presenti: le acque del battesimo e le lacrime della penitenza. All'inizio la quaresima iniziava a Roma la sesta domenica che precedeva la Pasqua, successivamente è stata spostata al mercoledì immediatamente precedente così come testimonia il Gelasiano Vetus n 83 <<Caput Quadrigesimae». In questo giorno i penitenti pubblici venivano rivestiti di un abito penitenziale e cosparsi di cenere e allontanati dall'assemblea liturgica. Nel VI/VII secolo il periodo della quaresima romana si allunga ulteriormente con le domeniche di Settuagesima, Sessuagesima e Quinquagesima, che la precedono. La prassi di distribuire le ceneri a tutto il popolo, il mercoledì precedente alla prima domenica di Quaresima, inizia verso la fine del IX secolo, quando l'istituto della penitenza pubblica era ormai del tutto scomparso.

fonte e culmine
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25 gennaio 2016 1 25 /01 /gennaio /2016 11:10
M. Rupnik

M. Rupnik

Il Tempo Ordinario non è da considerarsi un tempo «minore» o « meno forte» rispetto altri tempi così denominati dell’anno Liturgico, solo perché non celebra un evento del mistero di Cristo: nascita, morte, resurrezione. Esso si propone di approfondire nella vita ordinaria della comunità cristiana il mistero salvifico di Cristo: «seguendo i tempi dell’anno liturgico, nell’osservanza della domenica che interamente lo scandisce, l’impegno ecclesiale e spirituale del cristiano viene profondamente incardinato in Cristo, nel quale trova la sua ragion d’essere e dal quale trae alimento e stimolo». (Dies Domini 3)

La stessa suddivisione di questo tempo in due parti: dopo il tempo natalizio, la prima, e dopo il tempo pasquale, la seconda, permette in entrambi i periodi di celebrare e innestare la vita di Cristo nella vita quotidiana.

Le domeniche e i giorni feriali del tempo Ordinario non presentano i temi devozionali assegnati nel passato ai giorni e alle domeniche, come ed es. la domenica a partire dal IX secolo era il giorno dedicato alla SS. Trinità, perdendosi così il senso primario della Pasqua settimanale, il sabato alla memoria della Vergine Maria o altri giorni al culto dei santi.

La memoria di Santa Maria e dei Santi nel Tempo Ordinario segue il principio espresso dalla costituzione Sacrosanctum Concilium 103-104, per il quale non viene oscurata la centralità di Cristo, ma è mostrata ed salta e la sua azione salvifica.

16 gennaio 2016 6 16 /01 /gennaio /2016 17:02
Rupnik

Rupnik

L’origine di questo periodo dell’anno liturgico è da ricercare nella celebrazione domenicale, pasqua della settimana, prima della formazione stabile dei cicli Quaresima- Pasqua e Avvento - Natale.

Il primo formulario che ci offre notizie di questo tempo è il Sacramentario Gelasiano Vetus che non attribuisce tuttavia un nome specifico alle domeniche. Nei sacramentari successivi le domeniche con la dicitura post Epiphaniam sono sei e il numero delle domeniche post Pentecosten varia da 22 a 27. Nel messale di Pio V del 1570 troviamo formulari specifici per 3 o anche 6 domeniche dopo l’Epifania e 24 domeniche dopo Pentecoste.

Nel calendario, scaturito dalla riforma conciliare del Vaticano II, le domeniche sono denominate «Tempo Ordinario» ed hanno perduto la denominazione precedente «Domenica dopo l’Epifania» e «Domenica dopo Pentecoste» acquistando la seguente caratteristica: «destinate non a celebrare un particolare aspetto del mistero di Cristo, ma nelle quali tale mistero viene piuttosto venerato nella sua globalità, specialmente nelle domeniche». (NGALC n 43)

Il periodo Ordinario con il nuovo ordinamento acquista una maggiore coesione ed unità rispetto al passato. Esso inizia il lunedì della domenica dopo l’Epifania e dura fino al martedì precedente il mercoledì delle ceneri; poi riprende il lunedì dopo Pentecoste e si protrae fino a prima dei primi vespri della I domenica di Avvento. La durata complessiva delle domeniche varia da 33 a 34.

14 dicembre 2015 1 14 /12 /dicembre /2015 23:11
Natività di Giotto
Natività di Giotto

Il tempo di Natale o della Manifestazione del Signore è caratterizzato da tre ricorrenze: il Natale, l’Epifania e il Battesimo del Signore; la prima epifania nella carne «E il Verbo si fece carne…» (Gv 1,14); la seconda al mondo intero «Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo» (Mt 2, 2); e la terza come l’inviato del Padre «Questi è il mio figlio l’amato…» (Mt 3,17). Notizie sulla festa del Natale a Roma sono riportate da un cronografo, del 354 redatto da Furio Dionisio Filocalo, amico di papa Damaso. All’inizio della lista è riportata la seguente iscrizione «nell’ottavo (giorno) delle calende di gennaio (25 dicembre) Cristo è nato in Betlemme di Giudea». La scelta di questa data tra gli studiosi ha sollevato diverse ipotesi, anche se in merito le fonti non danno alcuna indicazione. Agostino nel suo epistolario fa una differenza significativa fra la festa di Natale e la Pasqua: il Natale è una «memoria», la Pasqua è un «sacramentum». Inizialmente questa celebrazione ha solamente carattere di ricordo, memoria paragonabile a quelle iscritte nel santorale. Sarà il papa Leone Magno, dopo qualche decennio, a parlare del Natale come «sacramentum», che prelude alla Pasqua di Cristo.

Uno dei testi più antichi che riporta i formulari natalizi è il Sacramentario Veronese (VII/VIII sec.) un insieme di formulari, uno dopo l’altro, per la vigilia e la festa. In questa raccolta la formulazione dei testi mette in luce il mistero di Betlemme, dove è nato Cristo, che viene a illuminare le tenebre del mondo e a rinnovare l’umanità che recupera l’immagine perduta per il peccato di Adamo.

Altro testo liturgico che contiene i formulari di Natale è il sacramentario Gregoriano, in cui sono riportati tre formulari stazionali che il papa utilizzava in occasione del Natale: a Santa Maria Maggiore (mezzanotte), a Sant’Anastasia (all’alba) e San Pietro (il giorno).

Il Gelasiano Vetus, invece, riporta i tre formulari di Natale, ma senza alludere alle chiese stazionali.

Il messale scaturito dalla riforma voluta dal Concilio Vaticano II riporta i tre formulari, come nei sacramentari, senza riferimento alle chiese stazionali e con l’aggiunta della messa della vigilia. Questo tempo inizia con i primi vespri del Natale e termina la domenica dopo l’Epifania.

La lex credendi nel mistero dell’Incarnazione del Verbo è la fonte della lex orandi, che diventa preghiera orante. Infatti nei testi eucologici troviamo declinate le verità di fede implicite nel mistero del Verbo fattosi carne come oggetto della preghiera: L’inizio della nostra redenzione «nella vigilia del grande giorno che ha dato inizio alla nostra redenzione» nella colletta della messa della vigilia, e nell’orazione finale della messa della notte per «celebrare nella gioia la nascita del redentore»; la manifestazione della gloria di Dio: «O Dio, che hai illuminato questa santissima notte con lo splendore di Cristo» nella colletta della messa della notte; la divinizzazione dell’uomo «O Dio, che in modo mirabile ci hai creato a tua immagine, e in modo più mirabile ci hai rinnovati e redenti…» nella colletta della messa del giorno e nel prefazio III in cui si parla «del misterioso scambio che ci ha redenti»; la creazione nuova: «Nel mistero adorabile del natale, egli, Verbo invisibile, apparve visibilmente nella nostra carne, per assumere in sé tutto il creato e sollevarlo dalla sua caduta»; il ricordo della Beata Vergine Maria, - con il suo ripristino nel primo giorno di gennaio, secondo l’antico suggerimento della liturgia dell’Urbe - (MC 5) «O Dio, che nella verginità feconda di Maria hai donato agli uomini i beni della salvezza eterna», nella colletta del 1 gennaio.

Altra solennità particolare in questo tempo è l'Epifania del Signore. Questa festa, a differenza del Natale, è nata in Oriente con molta probabilità in Siria o, come altri studiosi ritengono, in Alessandra di Egitto. A Roma questa festività comincia ad essere celebrata verso la metà del V secolo. Il contenuto teologico è molto vario: in Oriente, prima dell'introduzione della festa del Natale, in un’unica celebrazione si commemorava: il Battesimo di Gesù, la sua nascita, l'adorazione dei Magi, il miracolo nelle nozze di Cana. Con l'avvento del Natale, l’Epifania, celebrerà il Battesimo di Cristo. A Roma, invece, quel giorno si farà il ricordo dell'adorazione dei Magi. Le prime tracce di formulari li troviamo nei Sacramentari del VII e VIII secolo con uno schema della messa del giorno. Solo nel Gelasiano Vetus troviamo anche un formulario per la messa vigiliare. Il messale romano scaturito dalla riforma del Concilio Vaticano II presenta nelle prime due edizioni un formulario solo per la messa del giorno, nella terza edizione è stato inserito uno schema per la messa della vigilia.

I testi eucologici presenti nella messa del giorno mettono in evidenza la teologia che sta alla base di questa solennità: La manifestazione ai Magi e a tutte le genti « O Dio, in questo giorno, con la guida della stella, hai rivelato il tuo unico Figlio», nella colletta del giorno e la luce che è Cristo salvatore del mondo «Oggi in Cristo luce del mondo tu hai rivelato ai popoli il mistero della salvezza».

Il tempo di Natale si conclude con il Battesimo del Signore, una festa molto recente, introdotta a titolo di commemorazione nel calendario romano nel 1960.

L'eucologia del formulario della messa è nuovo e fa riferimento ai testi delle letture bibliche del giorno, e quindi all'avvenimento del Battesimo di Gesù al fiume Giordano. Il tema è quello della duplice figliolanza: quella naturale del Figlio di Dio proclamato tale dal Padre « dopo il battesimo nel fiume Giordano, mentre discendeva su di lui lo Spirito Santo» e quella nostra: «Concedi ai tuoi figli, rinati dall'acqua e dallo Spirito», come si prega nella colletta. Così si stabilisce un rapporto tra Cristo e noi. Ciò che per Cristo è per natura, per noi avviene per adozione nell'acqua e nello Spirito.

Il tempo di natale vuole infondere in noi la consapevolezza che la vita dell’uomo rinasce e si rinnova nella misura in cui siamo innestati nella vita del Verbo; in Gesù siamo riconciliati con il Padre; scopriamo la solidarietà con gli altri.

per la stesura del testo cf. P. Regan, Dall'Avvento alla Pentecoste. La riforma liturgica nel Messale di Paolo VI, EDB, 2013

 
30 novembre 2015 1 30 /11 /novembre /2015 10:48
Tempo di Avvento

Siamo agli inizi del nuovo anno liturgico e mi piace pensare che la saggezza popolare espressa nel detto, da me traslitterato dal siciliano: «Bel tempo e mal tempo non dura sempre un tempo», contribuisca a mettere in risalto che il tempo liturgico non è un periodo sempre uguale, statico, (anche se potrebbe sembrarlo) ma un tempo dinamico, in continua tensione che dall’inizio dall’attesa del Redentore si dipana verso il compimento della sua venuta escatologica. In questo periodo la comunità cristiana, fa memoria, attraverso i segni sensibili, del mistero Pasquale di Cristo, fondamento della nostra fede. L’anno liturgico inizia con l’Avvento, che comprende quattro settimane che precedono il Natale del Signore.

Il termine Avvento - adventus indica venuta, arrivo o presenza. Nel mondo romano indicava la visita o la venuta dell’imperatore, nella religione pagana indicava la visita annuale della divinità ai templi o santuari, nei quali si credeva che abitassero durante le feste in loro onore.

Nel Nuovo Testamento il vocabolo che indica avvento o presenza è «Parusia o epifania», adoperato con sfumature diverse e tradotto dalla Vulgata con «adventus».

I Padri greci usano il termine «parusia» per indicare la venuta di Cristo sia nella carne che nella gloria. Il primo a far menzione del duplice avvento di Cristo è Giustino nel II sec. Egli nella lettera all’imperatore Antonino Pio parla della venuta storica di Cristo verificatasi nel passato e di un’altra escatologica che dovrà compiersi nel futuro. La prima consiste nella rivelazione del Verbo che ha assunto la natura umana, portandone il peso; la seconda avverrà alla fine dei tempi nella potenza e nella gloria. Un altro Padre greco che fa riferimento alla avvento del Signore è Cirillo di Gerusalemme. Anche lui nelle sue catechesi fa menzione delle due venute di Cristo, nella carne e nella gloria. Nella prima il Verbo di Dio era avvolto in fasce e ci ha mostrato la sua pazienza; nella seconda, invece, verrà nella gloria e sarà avvolto di luce e porterà con se la corona di gloria.

Nei Padri latini il termine adventus è usato per indicare la duplice venuta di Cristo, sia nella carne che nella gloria. Tertulliano nel suo trattato Adversus Marcionem fa riferimento alle due venute di Cristo: la prima nell’umiltà e nella sofferenza della carne; la seconda avverrà, alla fine dei tempi, nella maestà e nella gloria. Ambrogio da Milano si serve della locuzione «adventus Domini» per indicare la duplice venuta del Redentore: La prima nella carne, in vista della redenzione e la seconda, nella gloria, per reprimere le colpe.

Agostino, invece, usa la parola adventus per indicare le due venute di Cristo nella forma mortale e nella gloria, e afferma che il riconoscerlo nella carne prelude il suo riconoscimento nella seconda venuta.

Dal V secolo in poi il termine adventus verrà utilizzato per indicare in particolare la prima venuta di Cristo, e sarà Cassiano a parlarne per primo, identificando l’Avvento del Signore con la sua natività.

Il tempo di avvento ha iniziato a celebrarsi nella chiesa latina a partire dalla metà del VI sec., anche se il Natale a Roma si festeggiava già dal 336. Il primo testo liturgico che fa riferimento all’Avvento del Signore è il Sacramentario Gelasiano Vetus (VII sec.) in latino. L’eucologia presente in questo testo - orazioni e prefazi - fa riferimento alle due venute di Cristo ed esprime nello stesso tempo la dimensione escatologica della Chiesa. La terminologia che verrà usata per indicare questo periodo, nei libri liturgici, varierà da «adventus Domini» al solo termine «adventus». Oltre al nome anche la durata del periodo varia in base al sacramentario a cui facciamo riferimento. Nel Gelasiano Vetus l’avvento è composto da sei settimane, nell’Hadrianum da quattro settimane. All’inizio, nei primi secoli, a Roma erano presenti due differenti tempi di celebrazione dell’Avvento: il primo era regolato dal sacramentario Gelasiano Vetus usato dai presbiteri nella chiese titolari a Roma e il secondo era regolato dal sacramentario Hadrianun usato nella cappella papale. Alla fine del VII sec. prevalse la forma di celebrazione usata dalla corte papale anche per le chiese titolari romane, così la struttura del tempo di avvento da questo momento in poi sarà di quattro settimane che precedono il Natale del Signore. Durante la sua formazione nel tempo, l’avvento acquisisce anche altre peculiarità: viene considerato come una piccola quaresima o tempo penitenziale, si finisce così col perdere di vista la dimensione escatologica. Lo stesso Pio XII nella sua enciclica sulla liturgia «Mediator Dei», presenta il tempo di Avvento come tempo fortemente penitenziale che aiuta a ritornare a Dio.

Il cambiamento di rotta si ha con la riforma iniziata dal Concilio Vaticano II che ha voluto restituire a questo periodo la peculiarità escatologica che lungo la storia era stata smarrita, infatti il n 39 delle Norme generali sull’ordinamento dell’anno liturgico afferma: «Il tempo di avvento ha una doppia caratteristica: è tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini, e contemporaneamente è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all’attesa della seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi». Si torna a camminare sul binario del ricordo e dell’attesa, e questo tempo non è solo preparazione al ricordo della nascita di Gesù, ma è anche attesa orante della sua venuta nella gloria.

Le preghiere delle collette domenicali nel messale, in particolare, sono tutte rinnovate e attinte ai sacramentari antichi. Il tema che attraversa la preghiera eucologica fa eco a quanto affermato nell’Ordinamento generale dell’Anno Liturgico: le due venute di Cristo, la prima nella carne e la seconda nella gloria.

Nelle prima e seconda domenica è accentuata in modo particolare non solo la venuta di Cristo nella gloria, ma anche la nostra decisione a metterci in cammino verso di lui; si vuole suscitare in noi la volontà «di andare incontro al Signore che viene» e la forza per non cadere nelle tentazioni della vita quotidiana: «fa che il nostro impegno nel mondo non ci ostacoli nel cammino verso il tuo Figlio». Questo tempo che si apre dinanzi a noi, mistero della sua presenza, è un camminare con Cristo verso il Padre.

Le collette delle altre due domeniche, invece, ci aprono al ricordo storico della venuta del Signore.

Nella terza domenica, chiamata «Gaudete» la nota della gioia è presente nella colletta che manifesta l’esultanza per la venuta del Signore facendo eco all’antifona d’ingresso che apre la liturgia di questo giorno: «Rallegratevi sempre nel Signore… ». Nella quarta domenica è riportato un testo caro alla pietà popolare, perché recitato alla conclusione della preghiera dell’Angelus ogni giorno. Il testo non solo ci permette di contemplare il Verbo che si fa carne, come in ogni celebrazione, ma ci fa contemplare e vivere, nello stesso tempo, il mistero nella sua pienezza, facendocene intravedere il compimento nella morte e nella resurrezione del Verbo incarnato.

Il tempo di avvento si conclude con l’ottavario in preparazione al Natale del Signore, tempo fortemente orientato al ricordo della venuta storica di Cristo, senza che si perda di vista la dimensione escatologica. Le antifone dette in «O», perché iniziano sempre con questa vocale dell’alfabeto, utilizzate sia nella liturgia eucaristica che in quella delle Ore, mettono in luce le promesse fatte nell’AT della Venuta del Messia, promesse che si sono realizzate con l’Incarnazione del Verbo di Dio.

Anche la Liturgia delle Ore, che «estende alle diverse ore del giorno le prerogative del mistero eucaristico» (PNLDO 12), orienta il sacrificio della lode allo specifico di questo tempo: vivere il ricordo storico della nascita di Gesù «Verbo, splendore del Padre, nella pienezza dei tempi tu sei disceso dal cielo, per redimere il mondo» (inno Ufficio) e recuperare inoltre la dimensione escatologica: «Nell’avvento glorioso, alla fine dei tempi ci salvi dal nemico la sua misericordia» (inno Vespri).

La riforma conciliare scaturita dal Concilio Vaticano II ha recuperato il senso più autentico di questo periodo, espresso nel pensiero dei Padri, considerandolo non solo come tempo di preparazione alla celebrazione dell’anniversario della nascita di Gesù, ma anche come tempo di attesa escatologica della sua seconda venuta. La vita del cristiano è protesa verso il mistero della redenzione di Cristo che si compie tra il «il già e il non ancora». Questo si vive nell’intreccio tra un tempo che ne fa memoria perché si è rivelato e un non ancora che si deve compiere: presente e futuro.

Un ruolo importate è riservato alla Vergine Maria, per la parte da lei avuta nel mistero della salvezza e per la dignità singolare che ne consegue, come afferma Paolo VI nella sua esortazione apostolica Marialis Cultus. La liturgia di questo periodo congiunge «in felice equilibrio cultuale» (n 4) l’attesa messianica ed escatologica di Cristo con «l’ammirata memoria» (n 4) di Maria, e ciò, se da una parte contribuisce ad allontanare il pericolo di separare il culto della Vergine dal quello di Cristo, suo unico punto di riferimento, dall’altra ci permette di considerare l’avvento come un «Tempo particolarmente adatto per il culto alla Madre del Signore» (n 4). Nell’avvento Maria è la Madre che nel silenzio orante ha atteso con ineffabile amore la venuta del Figlio e ci ha donato l’autore della vita. Per un arcano disegno di Dio Maria è la via che ci conduce a Cristo e ci aiuta ad accogliere in modo qualitativo l’opera salvezza che si è attuata per opera del Figlio.

per la stesura del testo cf. P. Regan, Dall'Avvento alla Pentecoste. La riforma liturgica nel messale di Paolo VI, EDB, 2013.
7 marzo 2015 6 07 /03 /marzo /2015 22:41
messale romano

messale romano

"La liturgia non è una cosa strana, là, lontana, e mentre si celebra io penso a tante cose, o prego il rosario. No, no. C’è una corrispondenza, tra la celebrazione liturgica che poi io porto nella mia vita; e su questo si deve andare ancora più avanti, si deve fare ancora tanto cammino.

La Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium definisce la liturgia come «la prima e indispensabile fonte alla quale i fedeli possono attingere il vero spirito cristiano» (n. 14). Ciò significa riaffermare il legame essenziale che unisce la vita del discepolo di Gesù e il culto liturgico. Esso non è anzitutto una dottrina da comprendere, o un rito da compiere; è naturalmente anche questo ma in un’altra maniera, è essenzialmente diverso: è una sorgente di vita e di luce per il nostro cammino di fede.

Pertanto, la Chiesa ci chiama ad avere e promuovere una vita liturgica autentica, affinché vi possa essere sintonia tra ciò che la liturgia celebra e ciò che noi viviamo nella nostra esistenza. Si tratta di esprimere nella vita quanto abbiamo ricevuto mediante la fede e quanto qui abbiamo celebrato (cfr Sacrosanctum Concilium, 10)".

Fonte: Bollettino sala stampa Vaticana (7/03/15)

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2 marzo 2015 1 02 /03 /marzo /2015 12:21
Lezionario Festivo Tempo di Quaresima
Lezionario Festivo Tempo di Quaresima

Il tempo di Quaresima, da poco iniziato, si caratterizza come tempo forte e propizio per ritornare a Dio: «Ogni anno tu doni ai tuoi fedeli di prepararsi con gioia, purificati nello spirito, alla celebrazione della Pasqua» (Pref. 1°Q)

La liturgia ci fa iniziare questo itinerario con un gesto forte l’imposizione delle ceneri, rimando alla morte, «ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai», ma anche chiaro riferimento alla purificazione, un tempo la cenere si utilizzava per lavare e sbiancare.

Poiché la liturgica ci va vivere, per ritus et preces, l’evento della salvezza già il tutto lo sperimentiamo nel frammento e la pasqua di Cristo non è meta irraggiungibile ma dono accolto nel mistero.

Nella colletta della messa del mercoledì delle ceneri così abbiamo pregato «… concedi al popolo cristiano di iniziare con questo digiuno …il combattimento contro lo spirito del male». Il contesto celebrativo ci offre l’occasione per avviare una breve riflessione sul senso cristiano del digiuno.

Quando si parla di digiuno spesso si pensa, anche tra i cristiani, che sia qualcosa di inutile o obsoleto. Invece la prassi penitenziale del digiuno appartiene da sempre alla vita della comunità cristiana. Infatti, il digiuno e l’astinenza rispondono al bisogno permanente del cristiano di continua conversione.

Il digiuno coinvolge l’intera vita dell’uomo, non solo nel suo bisogno biologico, il cibo, ma anche nella sua sfera spirituale, attraverso questo strumento lo spirito umano è orientato verso le realtà che superano la vita umana. Digiuno e astinenza non sono compiuti per disprezzare il corpo, quando creò l’uomo, il testo sacro afferma: «Dio vide che era cosa molto buona…» (Gen 1,31), ma modalità per aiutare lo spirito umano a vivere con libertà la propria vita: «Con il digiuno quaresimale tu vinci le nostre passioni, elèvi lo spirito, infondi la forza e doni il premio» (Pref. 4°Q).

Per evitare facili fraintendimenti desidero porre il senso del digiuno nell’orizzonte della sponsalità, così come nei vangeli traspare. Infatti quando a Gesù rimproverano che i suoi discepoli non osservano la pratica del digiuno così come la osservano i farisei, (Mt 9,14-15) la risposta di Gesù è non sulla quantità, così come l’avevano posta la domanda, ma sul senso o meglio ancora sulla relazione con lo sposo. Infatti, egli non nega la pratica del digiuno, ma offre un orizzonte molto più ampio, appunto quello «sponsale». Il rapporto con Lui, sposo, apre uno spiraglio nuovo e da un senso vero alla privazione o mortificazione che non è fine a se stessa, o come semplice controllo di se, ma la fa partecipare alla vita dello Sposo- Cristo, morto e risorto: «possono forse gli invitati a nozze in lutto mentre lo sposo è con loro?» (Mt 9,15). Relazione con lo Sposo e vita nuova data dallo Sposo diventano l’orizzonte del digiuno cristiano. Così che, l’esperienza del digiuno, si può collocare nel solco della vita nuova data dallo Spirito attraverso i sacramenti dell’Iniziazione cristiana: «Vi dico dunque: Camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne... Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,16.22).

Ma oggi ha ancora senso digiunare?

Se l’orizzonte è la sponsalità con Cristo, allora si! Se la prospettiva è solo fine a se stessa o mortificare solo il corpo, allora no! Cadremmo nella logica farisaica criticata da Gesù.

Il senso cristiano del digiuno, inteso come relazione sponsale, apre a nuove prospettive spesso non valutate nella nostra pratica della penitenza: la giustizia sociale.

Infatti, il digiuno non è da intendere come un risparmio per le nostre tasche, così ammonisce la Didascalia degli Apostoli «I cristiani devono dare ai poveri quanto, grazie al loro digiuno, è stato messo da parte» (V, 28,19), ma un’apertura al fratello che vive nell’indigenza e nella povertà. Possiamo definirla «carità ecologica», purificazione del corpo, della mente e della vita, per far diventare i nostri beni risorsa per tutti e non solo possedimento nostro, così da rendere testimonianza di fede circa i valori umani e favorendo la nostalgia divina in ogni uomo.

Con la pratica penitenziale del digiuno accogliamo l’invito del Maestro a vivere la nostra vita, non come calcolo matematico, ma come abbandono provvidenziale in Lui, senza alcuna ansia per le cose. Ma anche la pratica del digiuno ci apra ad una tensione verso l’altro: «Tu vuoi che ti glorifichiamo con le opere della penitenza quaresimale, perché la vittoria sul nostro egoismo ci renda disponibili alle necessità dei poveri» (Pref. 3° Q).

Il senso autentico del digiuno ci inserisce in un cammino esodale di rinuncia a tutto ciò che è male e superfluo per inserirci in un percorso di gratuità, dono e condivisione vera.